PASTA AL PESTO è uno sputo verdastro nell’occhio del digitale.
Siamo scarto, rimasuglio, avanzo che fermenta.
Rifiutiamo l’arte pulita, la grafica levigata, il pensiero sterilizzato.
Qui tutto cola, morde, graffia.
Chi entra si unge. Chi crea si contamina.
Non vogliamo pace: vogliamo accumulo, caos, traboccamento.
Questa è la nostra pentola e la facciamo esplodere.

Siamo pasta che bolle oltre il tempo di cottura.
Siamo foglie di basilico annerite dalla luce, ossa verdi tritate in un mortaio stanco.
Abitiamo l’eccesso, il resto, il quasi.
Cerchiamo ciò che vibra quando il piatto è già stato sparecchiato: il residuo, la goccia impensata, la macchia.
Crediamo nell’arte che si incolla ai denti, che lascia odore sulle mani, che refluisce come un’eruzione.
PASTA AL PESTO è una lingua che non vuole placarsi: una massa viva che si espande, una chiazza che cresce invece di asciugare.
Niente è finito. Tutto ribolle.